EXIT! - Filosofie dell'Aperto -

 





La nostra pienezza si compie lontano, nello splendore degli sfondi.

Dove è volontà e movimento.

Dove si narrano storie di cui noi siamo i titoli in ombra.


- Rainer Maria Rilke -


Memoria

(Esco)

Parla

(Esco)

Consolante

(Esco)

Succedono le età

(Esco)

Succedono le età

(Esco)

Meravigliose

(Esco)

Che non c’è

(Esco)

Età assoluta

(Esco)

Altro vi fu, e sarà

(Esco)

E quanto e in quale forma

(Esco)


- Consorzio Suonatori Indipendenti -


Nel nostro giardino sporgeva un masso, era la mia pietra.

Spesso, quando ero solo, andavo a sedermi su quella pietra, e cominciava allora un gioco fantastico, press’a poco di questo genere: ‘Sono io quello che è seduto sulla pietra, o io sono la pietra sulla quale ''egli ''siede?’.

Non nutrivo dubbi che la pietra fosse in un qualche oscuro rapporto con me e potevo starci seduto per ore affascinato dal suo enigma.

La pietra non ha incertezze, non ha bisogno di esprimersi ed è eterna, vive per millenni pensavo, mentre io sono solo un fenomeno passeggero che si consuma in emozioni di ogni genere, come una fiamma che divampa rapidamente e poi si spegne. Io ero solo la somma delle mie emozioni e qualcosa d'altro in me era la pietra senza tempo.”


- Carl Gustav Jung -



“… il mondo offre la possibilità di farsi un nido e di proteggersi, di soddisfare la fame e la sete, di avere avventure e di giocare. (…) Il mondo è tutto un ronzare, uno sbocciare di informazioni, accessibili a tutti, mai negate. (…)

L’immaginazione non cresce da sola dentro le pareti domestiche, e neppure si nutre soltanto delle fiabe raccontate dalla mamma e dal papà. I bambini sono “per natura” a casa propria nel mondo (…) la loro immaginazione, la loro intelligenza e la loro anima si nutrono di una natura che è anche la loro madre e il loro padre. Di conseguenza, se oggi i nostri bambini presentano delle turbe, non è tanto di padri e di madri che hanno bisogno, quanto forse di un po’ meno paternalismo e maternalismo, che li trattengono dalla fiducia e dal piacere nei confronti del mondo, il mondo concreto, fisico.

Quanto più sono convinto che la mia natura mi venga da mio padre e da mia madre, tanto meno sarò aperto alle influenze dominanti che ho intorno; tanto meno sentirò come intimamente importante per la mia storia il mondo che mi circonda. Eppure, perfino le biografie incominciano collocando il soggetto in un luogo fisico; l’io nasce in mezzo agli odori di una precisa geografia. Nell’attimo stesso in cui l’angelo entra dentro una vita, entra dentro un ambiente. Siamo ecologici già dal primo giorno.


Dunque il disastro ecologico che paventiamo è già avvenuto, si consuma ogni giorno. Avviene nelle spiegazioni e nelle descrizioni che diamo di noi che ci separano dal mondo attaccandoci al paternalismo e al maternalismo, avviene nella credenza che le cose là fuori contino meno, nel formare la persona che sono, della mia famiglia ristretta. La superstizione parentale è micidiale per la nostra coscienza di sé, e sta uccidendo il mondo.


Finché non sarà corretta questa superstizione psicologica, non c’è campagna umanitaria per una società multiculturale ed ecologica, non c’è escursionismo, Peace Corps, bird-watching o canto delle balene che possa ripristinare davvero il mio attaccamento al mondo. Prima, devo attuare quella ricostruzione psicologica, quel salto di fede dalla casa dei genitori alla mia casa nel mondo.


La psicoterapia non fa che aggravare l’errore. La sua teoria del danno evolutivo causato dalla famiglia di fatto allontana il paziente da tutto ciò che potrebbe offrire conforto e insegnamento.


A che cosa si rivolge l’anima che non ha un terapeuta con cui fare le sedute?

Porta le sue pene a un bosco, alla riva di un fiume, a un animale amico, oppure in giro senza meta per le vie della città, a contemplare il cielo notturno. Oppure guarda fuori dalla finestra o mette a bollire l’acqua per farsi una tazza di tè. E’ come respirare: espandiamo i polmoni, li rilassiamo, e ci arriva qualcosa, da fuori. Il daimon, nel cuore, sembra contento, perché preferisce la malinconia alla disperazione. C’è contatto.


(...)


Poiché lascia fuori dai suoi costrutti fondamentali il mondo concreto, la teoria psicologica immagina il mondo là fuori come un mondo di oggetti, freddo, indifferente, addirittura ostile (e la terapia come rifugio protettivo, lo studio del terapeuta come un asilo senza estradizione). (…) Siamo riportati al mondo della natura concepito quattro secoli fa da Cartesio, la natura come mera res extensa, uno sconfinato campo di materia vuota di anima, inospitale, meccanico, quando non demoniaco.


Certo che ci sono demòni, là fuori, da propiziare.

Le calamità sono in agguato, ma le potenze dietro la porta e nella boscaglia sono anche antenati, non semplicemente batteri, ragni, sabbie mobili. Come abbiamo spodestato i genitori cosmologici, allo stesso modo abbiamo anche perduto gli antenati. Sono stati inghiottiti dai genitori.


(…)


Ascendenza”, nella nostra cultura, sottintende connessione cromosomica; gli antenati sono gli esseri umani dai quali ho ereditato i tessuti del mio corpo. La biogenetica al posto del mondo degli spiriti.


In altre società, antenato potrebbe essere un albero, un orso, un salmone, l’anima di un defunto, uno spirito veduto in sogno, un luogo speciale dove si avvertono presenze. Tutte queste cose possono essere chiamate “il mio antenato” e io posso costruirgli un tabernacolo fuori dalla casa dove abito.


(…)


In quanto spiriti, gli antenati hanno rapporti con altri spiriti, con la comunità nel suo insieme, con le cose con cui convivono, con le località del loro ambiente e con la particolare immagine del cuore che dà vita all’individuo e lo protegge.


(…)


L’elaborazione della superstizione parentale assomiglia a una conversione religiosa: alla liberazione dal nostro secolarismo, dal nostro personalismo, dai nostri monoteismo ed evoluzionismo e fede nella causalità. Richiede di compiere un passo indietro, per tornare all’antico contatto con le cose invisibili, e un passo fiducioso oltre la soglia di casa, per immettersi nella ricca profusione di influenze offerta dal mondo. “La religione” ha detto ancora Whitehead “è lealtà nei confronti del mondo”. (...)”


- James Hillman, Il codice dell’anim(Corsivi miei) -



Al divino non piace essere relegato in un edificio. Al divino piace essere all'aperto. E' proprio qui in questo corpo. Ognuno di noi è un universo in miniatura, un santuario vivente.


- Morihei Ueshiba, L'Arte della Pace -


Noi siamo fatti per vivere

In un Cosmo

In un Anfiteatro del Mito

In un Teatro della Poesia.

Nell’Aperto.

Non negli angusti meschini miseri

Orizzonti del calcolo, della tecnica

E delle metropoli.


- Da una mia poesia in fieri -






Non si entra nell’Assoluto, nell’essere, nella pienezza, nel Luogo, nel Giardino, nella Bellezza, nel Sacro.


Si e s c e nell’Assoluto, nell’essere, nella pienezza, nel Luogo, nel Giardino, nella Bellezza, nel Sacro.


La felicità, la poesia, Dio, non sono il perimetro di una casa o di una città, ma sono “bosco”: là-fuori. L’Aperto.


Bosco”, in Jünger: mito, sogno, poesia. Essere.

Atemporalità.


Ciò che sta, sussiste di per sé, “una ruota ruotante da sola” (Nietzsche), Urgrund – che significa sia “terreno originario” (o “fondo primigenio”) sia “causa prima”.

Contrapposto al movimento incessante, sradicato, disancorato, alla deriva, privo di orientamento, automatico della “nave”, del “Titanic” (tecnica, globalizzazione, progresso, tempo), della m o b i l i t a z i o n e   t o t a l e.


Tuttavia lo s t a r e del Bosco (Wald) è uno s t a r e - a p e r t o.


Uno s t a r e - n e l l’ - A p e r t o.


E’ anfiteatro cosmico, è centro imperturbabile, immobile - aperto al Cosmo.







Perciò: s i e s c e nel bosco.


Nel bosco s i s t a, s i è, si è f u o r i d a l t e m p o, nel Centro immobile del senza-tempo.


Tuttavia occorre u s c i r e, uscire dal piccolo spazio “privato” (de-privato di Cosmo, di Aperto), per essere-nel-bosco.


Essere non è il possesso – l’appropriatezza – appartato, iper-protetto, iperdelineato, segregato, chiuso della dimora, della città moderne-contemporanee, ma è un Centro Cosmico che irraggia le sue braccia per l’intera sfera – parmenidea - dello spazio aperto: dunque, innanzitutto, per Essere, occorre u s c i r e.


Vivere: nel vivere non c'è alcuna felicità. Vivere: portare il proprio io dolente per il mondo. Ma essere, essere è felicità.


Essere: trasformarsi in una fontana, in una vasca di pietra, nella quale l'universo cade come una tiepida pioggia.”


(Milan Kundera)


Tuttavia se ci si è - come di fatto si è sempre, innanzitutto - preventivamente rinserrati in nicchie di spazio rinchiuso, coperto, sintetico, de-privato, raggelato, irrigidito, ("n e s t  o f s a l t", cantava un bardo) è necessario innanzitutto u s c i r e da questo spazio ottundente, opprimente, comprimente, per poter percepire, per potere essere l’universo (o meglio: il cosmo-essere parmenideo) che cade su di noi “come una tiepida pioggia”.


Occorre innanzitutto - e occorre in ogni istante - quest'azione di rottura. Di uscita.


Una casa – una dimora – è essenziale.


In cui riposare, difendersi, proteggersi, radicarsi, prendersi cura, aver cura, proteggere uno spazio di interiorità e intimità, di costruzione della propria esistenza.


Tuttavia la casa, la dimora per definizione è ciò che è ritagliato da, ciò che è delimitato nei confronti di, ciò che è sottratto da – il Cosmo – l’Aperto.


Si possono – nel migliore dei casi – affondare le radici in una dimora, in una casa, tuttavia le vere radici si possono affondare solo nella terra, nella terra del bosco: nel Cosmo.


La dimora può essere tale solo se fuori-da-essa esiste un Cosmo. Un Bosco.


Nessun Cosmo se non nel Selvatico.


Le “radici profonde” che “non gelano mai” (Tolkien) muoiono nel cemento e nell’in-finita/angusta onnipresenza di uno schermo chiuso.


I Rom soffrono di dromomania: noi soffriamo di claustromania; poco cambia – anzi, niente: anzi, è parte integrante, centrale della questione – se ci muoviamo continuamente, freneticamente (turismo, pendolarità, etc) da una piccola-nicchia all’altra. Senza in realtà mai uscire neanche per un singolo istante dal movimento meccanico-inerte-puntiforme-costretto, ciecamente unidirezionale di atomi simulacrali dentro a uno schermo.


Le metropoli tardo-moderne - già ampiamente post-umane - sono enormi reti di viadotti ipercinetici, schizzanti in vettori di luce sintetica da un punto all’altro di un piccolo-schermo-ottuso. Chiuso. Coperto. Privato. Sintetico. De-privato. Angusto. Serrato. Oppresso.


Il Bosco jüngeriano fa sicuramente riferimento, sul piano concreto, ad una dimensione di paesaggio tradizionale, selvatico-culturale, selvatico-simbolico (dimensione completamente assente, smarrita nelle aculturali, de-simbolizzate, amorfe, caotiche, sintetiche cosmopoli contemporanee, che esportano il loro anodino modello di organizzazione dello spazio e del tempo ovunque, imperialisticamente, colonialisticamente, contagiosamente, euforicamente, infettivamente, pandemicamente).


Tuttavia questo paesaggio, il luogo, non è uno spazio chiuso, ma è il Cosmo del Selvatico-Aperto.


Non nel senso della dimensione senza-frontiere del globalismo, del deserto, del non-luogo, del niente, della cancellazione dei luoghi nel loro irriducibile volto, dei paesaggi.


L’Aperto è “centrato”, “situato”, radicato. E’ questo-e-non-altro: identità, radici profonde, continuità nel cambiamento, conservazione (anche nello specifico senso del pensiero della Wilderness e dell’ecologismo conservazionista), protezione-salvezza di una data fisiognomica: un linguaggio selvatico-simbolico specifico, unico e irripetibile.


"Attraversare frontiere. Amarle, anche." (Claudio Magris,  L'infinito viaggiare)


Un Luogo può, anzi deve, essere protetto, difeso.

E' parte integrante del prendersi cura di un Luogo, di un paesaggio.

Chi affonda le radici in un Luogo - "nativo" o meno che sia - lo ama, ne ha cura, lo tutela, e lo protegge, e si difende, difendendolo.


Ma il Luogo non sarebbe tale se non fosse Aperto, Cosmo.

L'Aperto non è l' "apertura" nichilista, obbligatoria, di ogni confine: territoriale, culturale, filosofico, psicologico, sociale.

Non è, e non ha niente a che vedere, con l'annientamento collettivista-globalista ("social") di ogni separatezza, con l'annullamento forzato di qualsiasi distanza, con la proibizione  tecnocratica dell'interiorità, dell'intimità, dell'elezione, della selezione, della scelta. 

Con la vicinanza di tutto con tutto, la prossimità totale.


L'Aperto è l'esatto opposto: assomiglia al "remoto" di Zarathustra: "Amici, non l'amore del prossimo vi consiglio: io vi consiglio l'amore del remoto."

(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, capitolo "Dell'amore del prossimo")


L'Aperto soffoca e viene ottuso dalle masse accalcate nel cemento delle metropoli, dal rumore, vociare frenetici solerti onnipresenti dei media, dai febbrili, titanici circuiti di movimento folle e incessante delle grandi arterie di comunicazione.


Ancora Zarathustra:


"Il vostro cammino eviti il cattivo odore!

Allontanatevi dalle esalazioni di questi sacrifici umani!

La terra è ancora aperta e libera per i magnanimi. Ancora sono vuote le residenze fatte per gli eremiti solitari e sdoppiati, che sono avvolte dal profumo di mari silenziosi.

Una vita libera è ancora possibile e aperta ai magnanimi.

In verità, colui che poco possiede è tanto meno posseduto: sia lodata la piccola povertà!"

(Così parlò Zarathustra, capitolo "Del nuovo idolo")


L'Aperto abbisogna di silenzio, distanza, distacco da ogni automatismo (dalla "rete" tecnocratico-mediatica), concentrazione, contemplazione, respiro, ritorno alle profondità delle radici ancora piantate nel terreno originario, ritorno ad un ritmo più lento, e reale: un ritmo - un respiro - cosmico.


L'Aperto, perciò, è ancora possibile soltanto - o quasi soltanto - nel ritiro meditativo, selvatico della solitudine.

 

L'Aperto è "il tempo di altre leggi / di un'altra dimensione" (F. Battiato).


E' la vastità del Reale - interiore ed esteriore.


Nell'Aperto, nel reale, interiore ed esteriore coincidono.


Nell'esteriorità compulsiva del collettivo-virtuale, sia mondo che interiorità sono annientate, ridotte ad un orizzionte sempre più angusto fino alla sparizione nell'insignificanza assoluta.


Nelle civiltà antiche, l'Aperto - il Cosmo - u n Cosmo - era la scenografia dell'intera vita sociale.

 

Oggi - in questa non-civiltà, anti-civiltà globale che va verso il transumanesimo - verrebbe da chiedersi se l'Aperto - il Cosmo, : il mondo, esista ancora.

 

Perlopiù: no, non esiste.

 

Appare ancora come sprazzi, bagliori, baluginii, squarci, : scintille - nel senso gnostico, che illuminano dall'interno la Terra, un volto della Terra, e rivelano ancora che "il cuore della terra è d'oro" (Così parlò Zarathustra, capitolo Di grandi eventi).


"Ogni luogo è il centro del mondo", diceva Alce Nero. Tuttavia un centro-del-mondo è Centro-del-Cosmo, Centro dell'Aperto, Centro del Selvatico, non è una casa o una città - non almeno nel senso piccolo-(post)borghese del termine "casa", non nel significato neoliberista, fanatico-futurista del termine "città".


Le città "intelligenti" (smart) transumane, sono l'estremizzazione della dimensione chiusa - soltanto umana - de/privata - angusta della città moderno-contemporanea.


La "volontà di potenza", il titanismo contemporanei sempre più si rivelano per ciò che sono: potenza, titanismo dell'apparato tecnico, della rete tecnologica, del collettivismo folle, massificato, alienato totalitario, che procede nel suo perfezionamento e nel suo progresso in maniera sempre più meccanica, inerte, impersonale.


La potenza, il titanismo non sono affatto degli esseri umani, neanche dell'Operaio (Jünger): sono della Machina in quanto tale, del Moloch delle cose interconnesse e "funzionanti" a prescindere da qualsiasi volontà umana, e che riducono gli stessi uomini e donne a "cose" interconnesse in questa rete, a esseri completamente reificati e usati da funzioni tecniche che li trascendono, organizzano, "trasumanano" e sovrastano in maniera acefala, non-umana, inorganica. 

 

Il titanismo della Machina, del Moloch transumano, sempre più evidentemente ( al di là del fatto che esistono potenti che sfruttano o che sembrano sfruttare tutto questo per i loro interessi economici e politici: il Meccanismo travalica e sovrasta anch'essi, che ne siano consapevoli o meno - e nella sua automaticità acefala rischia di portare alla rovina (auto)distruttiva l'umanità, il pianeta, e quindi anche loro) non è al servizio degli uomini e delle donne, usata da essi, ma al contrario usa gli esseri (post?)-umani come schiavi, o meglio ancora come ingranaggi viventi (o semi-viventi, tendendo sempre più anche la stessa vita all'inorganico, all'inerte, al completamente incosciente, al meccanico, al cibernetico) di una grande catena di montaggio bio-tecno-psico-cibernetico-elettronico-virtuale-meccanica.


Nessun "superomistico", "esoterico", "eroico" prometeismo transumano, dunque, ma la miseria, piccola, meschina, rovinante, degradata del (post)-umano totalitariamente annientato in funzione di un meccanismo disumano, sovrapersonale, collettivistico-noncosciente-decorporeizzato-irreale, una rete  a s t r a t t a  - ipercentralizzata - tecnocratica - automatica - completamente disabilitante, alienante, annientante, desovranizzante i singoli e le comunità, la loro libertà e il loro potere su sé stessi, sul proprio ambiente-circostante, sui propri strumenti, sulla propria cultura-arte-creazione-progetto-invenzione, sulla propria economia, sui propri rapporti reciproci, e sulle proprie esistenze.


La  v e r a potenza  - l'unica  r e a l e ,  a p p a r t e n en t e  a l l ' u o m o,  concreta, non illusoria - sta nel "TAKE THE POWER BACK!"  di un convivialismo radicalmente decrescente, libertario, che ritorni alla terra, al selvatico, al paesaggio, alle radici, ai corpi e alle vite  r e a l i,  sganciate cioè da qualsiasi  rete tecnica, burocratica, centralista, autoritaria, totalitaria, collettivista, ideologica e "esperto-centrica".


Personalmente, come singolo, intendo un tale ritorno al mondo, alla realtà, al corpo, all'anima, alla terra nei termini di un paganesimo-sciamanesimo libertario, individualista, neoselvatico, che ridà centralità a cose come la musica, la danza, la poesia, l'arte il teatro la conoscenza anche intuitiva di piante animali terra elementi a scopi medici, creativi, abitativi agricoli, etc - in un quadro dove tutte queste "diverse cose" tornano a essere uno.


La cosa veramente bella del convivialismo libertario però è che chiunque, come singolo o come piccolo gruppo, famiglia, comunità, banda, etc, potrebbe tornare a vivere, creare, inventare, l'esistenza come  v u o l e. In maniere estremamente diversificate, contro  l'attuale pensiero unico totalitario collettivista obbligatorio. 


Questa e solo questa è volontà! Come potrebbe esserci volontà di potenza dove mancano anche le condizioni per poter  v o l e r e, scegliere, decidere, creare, inventare veramente, autenticamente, liberamente?


 

«Comunità non significa solo uomini e donne, ma anche erbe, rocce, vento, nuvole, gli altri animali».
Gary Snyder


L'umano può avere ancora un orizzonte, uno spazio di possibilità, un futuro, soltanto nell'Aperto.




Concludo così:

 


“Mi piacerebbe poter dire

Il Coyote sarà per sempre

Dentro di voi.

Ma non è vero.” 

(G. Snyder)




Bibliografia:


James Hillman, Il codice dell'anima
Gary Snyder, La pratica del Selvatico
Aldo Leopold, Pensare come una montagna
Luisa Bonesio, Geofilosofia del paesaggio
John Zerzan, Dizionario primitivista

Ivan Illich, La convivialità

Ernst Jünger, Al muro del tempo

Ernst Jünger, Sulle scogliere di marmo



Musicografia:


Fabrizio De André, Le nuvole, dall'album: Le nuvole

Consorzio Suonatori Indipendenti, Esco, dall'album: Linea gotica
Panoptycon, Roads to the north
Stoned Jesus, Seven thunders roar
Eddie Vedder, Into the wild
Gjallarhorn, Ranarop (Call Of The Sea Witch)

Agalloch, The mantle


























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