Nuove città eternamente invisibili - Mitatoneira
Mitatoneira ha l’anima di una gelida ninfa eterna, eternamente selvatica e ribelle, e il cuore di una strega candida e ossuta che vive fuori dal tempo.
Il suo corpo è composto di neve, brina, nebbia, smog, galaverna, pioggia, rugiada e asfalto.
Cattedrali di ghiaccio oscuro, giganteschi pinnacoli di vento splendente, ciclopiche guglie oscene neogotiche sormontate da coorti di immani gargoyle maligni, e fiumi di flussi di dati e coscienza in deriva luminosa lo infestano, come lebbra iridescente, voluttuosa, necrofila, come tumori di rapinosa estasi febbricitanti.
Il suo corpo è uno specchio esatto e sognante, terrifico e fantastico, in cui l’osservatore che lo contempli per un certo tempo – specialmente se ha vissuto per lunghi anni a Mitatoneira, ma il bizzarro fenomeno può arrivare anche allo spettatore occasionale, allo straniero, all’estraneo, al mendicante cieco – ha la sensazione di sprofondare nel miraggio di stare scrutando i più profondi, labirintici recessi di sé stesso.
Ma gli abitanti di Mitatoneira, di questa città negromante, selvaggia, lunare e assorta, ne percepiscono solo la maschera.
Molti accademici rileverebbero la polisemia pressoché infinita, di questa parola, “maschera”, che segue il suono del lemma come uno strascico arlecchinesco, come la scia di una cometa pronta all’esplosione, come serie perpetue di dedali intricati, di cui nessuno è mai riuscito a scorgere la fine.
Questo inoltre, osserverebbe forse un astrologo o un alchimista di altre ere, celate nei sotterranei peripli segreti della città, sprofondate nell’oblio più nero, sepolte in cerimonie di feroce fulgore – è particolarmente vero a Mitatoneira. Ed è vero in una maniera peculiare, unica, differente dalla maniera in cui questo caleidoscopio di significati, questa corte di miracoli e sortilegi, questo corteo di angeli e mostri, si manifesterebbe al soggetto inquieto, stupito e sconcertato, in qualsiasi altro luogo del pianeta, in cui si trova questa metropoli fantasma.
Il Teatro, infatti, proseguirebbe un ipotetico compilatore di bestiari immaginificamente indemoniati, annali ironicamente stregati, astrolabi dalle miniature incantate e ipnotiche, e diari di viaggio immaginari dalle inquietanti raffigurazioni di città folli – ha qui una lunga, antichissima storia, che affonda le sue radici nelle origini più lontane e oscure, se non metafisiche – del paesaggio.
Una storia dignitosa, di tutto rispetto, ma, contemporaneamente: vertiginosamente paradossale. Tanto che – e mirabile è ricordare tanta meraviglia – fino a pochi anni fa – già nel cuore dell’Epoca delle Perfette Negazioni – il Teatro laggiù era ancora non soltanto vivo, e socialmente, culturalmente estremamente attivo, ma perfino (e questo è difficilmente spiegabile – è una contraddizione strana a dirsi, se non mostruosa) ancora splendente del suo fascinum assurdo – ancora intatto nel selvaggio cuore alieno del suo palpitante-incendiario, abissale, notturno enigma.
Tra gli spettri e le anime condannati a vagare in questa selva di luci frenetiche, geometriche e orride, alcuni sostengono che l’intera Mitatoneira non sia altro che un’immensa scenografia, dal più sontuoso palazzo al più misero angolo di marciapiede fatiscente, al lampione, al semaforo, al monumento, al barbone, alla signorina che passa sorridente e vestita a modo, fin alle ultime torri futuriste e titaniche.
Nient’altro che lo scenario di un immenso teatro, da cui è impossibile uscire – e da cui per sovrappiù, come per un maleficio astrale – nessuno vuole più uscire, una volta messo piede nel suo atrio.
Un proscenio galattico, concepito come tale dai suoi demiurghi, demoni del luogo, burocrati municipali e inventori di macchine a scoppio rivoluzionarie e stili architettonici incantatorii: un proscenio stellare che serve – aggiungono alcuni folletti di origine yiddish, sopraggiunti al convito per discettare e dire la loro, rincarando la dose – per incatenare le anime di ogni cosa.
Ma – commenta con un sorriso misticamente distaccato un neropintamente agghindato vampiro arrivato là per caso, durante un bighellonaggio per le strade dell’urbe sotto la luna piena, e poi giù nei precipizi negri e nei cunicoli ventricolari delle sue fogne, passaggi segreti, e catacombe che tramano bisbiglii incomprensibili, per riposarsi tra una caccia e l’altra – ma, esiste un segreto più profondo di questo. L’anfiteatro di Mitatoneira, questo labirinto così atroce e delirante, ha porte occulte, occultate a chiunque – che conducono – proprio attraverso questa finzione rituale apparentemente non terminabile e terminale che viene prodotta ovunque – ad uscire, proprio mediante questa machina diabolica, nuovamente al suo ribaltamento: alla malia nitida della salvezza, all’Aperto nuovamente sgombro, al Cosmo di nuovo vasto, vuoto, smisurato e terso, alla Realtà di Mitatoneira così come essa veramente è: infinita, bellissima, libera: fabulosamente, magicamente, selvaticamente felice.
(Paul Klee, Stelle sulle case cattive, 1916 - dettaglio)
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